
1984 è il titolo di uno dei capolavori di George Orwell. Già in passato ho accennato all'eccezionalità del libro. Oggi voglio proporre invece la visione dell'omonimo film.
La trasposizione del libro è, come spesso accade, deficitaria rispetto alla notevole ricchezza del testo di Orwell, ma nonostante ciò si può asserire che il lavoro del regista Michael Radford e la bravura di attori quali John Hurt, Richard Burton e Suzanna Hamilton, abbia reso discretamente bene il senso del libro. Il film, non a caso del 1984, è a colori e ha una durata di circa due ore.
Riconsiglio la lettura del libro a chi non l'avesse già fatto, data l'attualità di molti spunti presenti nel romanzo, non soltanto per la famosa idea del Grande Fratello.
Due interessanti articoli dal quotidiano LA SICILIA:
LE DUE ITALIE - Il viaggio incubo nel profondo Sud
Se il cardinal Martino l'altro giorno, percorrendo l'autostrada Sa-Rc, aveva gridato «questa è una via crucis», incitando la gente del Sud a ribellarsi, ieri «La Stampa», giornale con tanto di marchio piemontese, scopre che venire in ferrovia da Torino fino al profondo Sud è un incubo. «E' stata un'odissea durata 27 ore» - scrive il cronista e aggiunge un vasto campionario di sofferenze e privazioni: caldo, fame, sete, rabbia, rassegnazione. Quest'ultima, la rassegnazione è, soprattutto, di chi vive al Sud. Di questi viaggi allucinanti se ne fanno a migliaia. Non si riesce più neanche a ribellarsi, come invita a fare il cardinale. E non è fatalismo.
E' la presa di coscienza di una impotenza che deriva dalla delusione: avere una scadente classe politica. In Piemonte si fanno le barricate contro la Tav: tanto, dicono i contestatori, di linea ferrata ce n'è in abbondanza; in Sicilia, invece, per andare da Palermo a Catania il treno impiega quattro ore. E' tutto così al Sud.
L'odissea raccontata su «La Stampa», difatti, dove registra il suo dramma maggiore? Da Napoli in giù. L'assurdo è che sono naufragate persino le promesse, unico vanto degli imbonitori di casa nostra. Si disse: ma quale Ponte? Con quei soldi diamo la precedenza a strade e ferrovie. Il Ponte è una cretinata, affermò il sapiente ministro dei Trasporti, Bianchi. Senza capire - anzi, fingendo di non capire - che la ristrutturazione di tutta la rete ferroviaria in Calabria e in Sicilia passa proprio dalla realizzazione del «corridoio uno» che dovrebbe portare da Palermo a Berlino. Non lo diciamo solo noi, lo dice l'Ue che avrebbe co-finanziato il Ponte proprio per realizzare questo progetto.
Il collega de «La Stampa» si è fermato a Villa San Giovanni: cioè, non ha visto il finale dell'odissea, quello siciliano. Fra traghetto e treno alle 27 ore ne avrebbe accumulato un altro bel gruzzolo. Certo, qualcuno dice: in Sicilia non c'è bisogno di treni; si prende un'auto e via. Bisogna vedere quale via si prende. Perché se si va a Ragusa, o a Gela, o ad Agrigento, sono dolori. Le strade, con qualche malfatto rifacimento, sono datate.
C'è chi penserà: scrivete la solita solfa. Sarà, ma questo è il nostro compito. Non vogliamo ripetere col cardinale: «Ribellatevi». No, non siamo per la ribellione. Vogliamo solo conto e ragione del perché la Sicilia in fatto di strade e ferrovie è ancora all'anno zero. Nonostante tutte le promesse. E del perché, nel Duemila, venire giù dal Nord al Sud è un lungo incubo. Per non dire di quelli che dalla Sicilia, dove vogliono continuare a vivere, vanno in «Continente». Purtroppo, si usa ancora questa brutta parola che sa di distacco, di lontananza. Qualcuno abbia la lealtà di dare una risposta che non sia l'ennesimo comizio. (di Domenico Tempio, LA SICILIA del 02/08/07)
La questione siciliana dimenticata
Cos'è oggi la Sicilia? A quale Stato appartiene? Su quale classe politica deve fare affidamento? Lo diciamo perché la sensazione precisa è che venga considerata una Regione residuale, senza agganci con il governo nazionale, senza una rappresentanza valida, senza un solo ministro, il che non era mai accaduto nella storia della Repubblica. Lo diciamo dopo aver visto l'araba fenice del miliardo della viabilità secondaria, ripetutamente promesso e sparito di nuovo: è un esempio di come il governo rinvii ogni più elementare impegno verso la nostra Regione. Eppure, autorevoli esponenti del centrosinistra in conferenza a Catania avevano giurato che i soldi ci sarebbero stati. Chiederanno a Prodi il rispetto degli impegni o faranno finta di niente? In Sicilia sono stati candidati personaggi come Bertinotti, Diliberto, Violante. La Sicilia serve solo come bacino elettorale?
Poco conta che abbia cinque milioni di abitanti, che abbia dato alla Patria figli e sangue, che abbia partecipato al boom economico del Paese quando i nostri emigrati andavano a lavorare alla Fiat e nelle altre fabbriche del Nord. Oggi la Sicilia non ha né peso, né volto. E' solo una fastidiosa appendice dello Stivale, una Regione che il governo di centrosinistra considera politicamente perduta, e verso cui ha un atteggiamento sostanzialmente punitivo. Ha stracciato l'appalto per il Ponte sullo Stretto e preso i danari della società, ha spezzato in due il Paese facendo arrivare l'alta velocità ferroviaria solo fino a Napoli, e ha tagliato metà dei treni in Sicilia. Anche la promessa di un servizio ferroviario veloce tra Palermo, Catania e Messina è una favola perché non si troveranno mai quattro miliardi per realizzarla.
Diciamo le cose come stanno: la Sicilia è sola, abbandonata dal governo e dai poteri forti. Le autostrade, i trafori, l'alta velocità ferroviaria sono destinate solo alla parte settentrionale del Paese agganciata a un'Europa che corre verso l'Est. Non c'è nessun interesse per il Sud: eppure, c'è la spazzatura a Napoli, e la mancanza d'acqua nel Meridione. La Sicilia è solo «usata»: se c'è necessità di energia elettrica al Nord, si fanno i blackout nell'Isola che pure ne produce più di quel che le abbisogna; se ci sono i rigassificatori da realizzare, si scelgono i siti a mare di Priolo e Porto Empedocle. Anche le raffinerie le hanno fatte da noi, hanno portato posti di lavoro, ma hanno provocato gravi guasti ambientali e desertificato borgate marinare splendide come Marina di Melilli. Non c'è nulla di importante che il governo attuale in più di un anno di esercizio di potere abbia fatto per la Sicilia. E la stessa Unione europea non ci dà la fiscalità di vantaggio che concede a Paesi come l'Irlanda o il Galles perché l'Isola non è uno Stato, ma una Regione. E si è acconciata alla decisione del governo Prodi di spezzare il «corridoio 1» Berlino-Palermo che pure dovrebbe fare parte del piano dei trasporti della Grande Europa.
A questo punto, non possiamo che basarci sulle nostre sole forze. E'inutile e ingenuo attendersi ancora che il governo nazionale guardi con attenzione ai problemi dell'Isola. La Giunta regionale, presieduta da Cuffaro, ne prenda atto e bussi con forza all'Unione europea per cercare almeno da quella parte di avere un minimo di aiuti e di risposte non ostili. E vorremmo che tutti i parlamentari eletti in Sicilia sentissero l'appartenenza a questa terra più forte dell'appartenenza ai rispettivi partiti, perché c'è una «questione siciliana» che non si può dimenticare. (Editoriale de LA SICILIA del 05/08/07)